Cerco le scritte sui muri che non ci sono

Le politiche di apartheid appoggiate dal governo sudafricano fino alla liberazione di Nelson Mandela l’11 Febbraio del 1990 hanno influenzato molto anche il mondo dello sport, ricordo il boicotta mento di 25 nazioni africane alle Olimpiadi di Montreal del 1976.

Gli Springboks, nazionale sudafricana di rugby, e gli All Blacks, corrispettivi neozelandesi, condividono un’intensa e amichevole tradizione di rivalità sportiva che li ha visti impegnati in tour ospitati da un paese o dall’altro fin dal 1940. Durante il periodo dell’apartheid questi tour erano caratterizzati dalla mancanza di convocazione di giocatori di origine maori tra le fila degli All Blacks che si sono sempre trovati ad affrontare una squadra Springboks composta solo da giocatori bianchi.

Storicamente sono state numerose le proteste della popolazione neozelandese ricordate con lo slogan “No Maoris – No Tour”, fino al culmine raggiunto nel 1981 quando gli Springboks visitarono la Nuova Zelanda e furono accolti da una popolazione fortemente divisa tra favorevoli e contrari. Due delle sedici partite a programma furono cancellate per problemi di sicurezza e molti furono gli episodi eclatanti che fecero notizia.

Palmerston North - October 2011

Le persone contrarie ad ospitare i sudafricani portarono avanti la campagna “Stop the Tour” con manifesti, cartelli, scritte sui muri e nel cemento fresco – segno indelebile catturato dalla fotografia che accompagna questo articolo. La fotografia è stata scattata nell’Ottobre 2011 a Palmerston North, dove gli Springboks giocarono il primo Agosto del 1981.

La protesta era forte e vibrante nei confronti di quella che il popolo neozelandese riteneva un sopruso ai diritti dell’uomo, combattevano non contro la squadra degli Springboks ma contro l’apartheid stesso. Stiamo parlando di un popolo fortemente fiero e attento ai diritti umani, il primo al mondo ad introdurre il suffragio universale femminile.

I segni di questa protesta sono visibili ancora oggi viaggiando per la Nuova Zelanda, parlando con le persone e visitando i musei.

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Tra il 1938 e il 1944 in Italia vennero proposte, approvate ed applicate un insieme di provvedimenti legislativi ed amministrativi quali leggi, ordinanze, circolari, etc. passate alla storia come le “Leggi razziali”, le leggi fasciste in difesa della razza.

Ad essere colpiti dalle leggi razziali fasciste furono persone che avevano sempre lavorato per la nazione Italia, senza pensare alle proprie origini o valutando differenze di pensieri e di religione. In quel periodo mio nonno aveva 20 anni, le persone che abitavano l’Italia in quel periodo sono qui con noi adesso, le conosciamo e le stimiamo, gli vogliamo bene. Persone intelligenti e oneste, persone che non farebbero mai del male al prossimo.

In quel periodo venne approvato un “Manifesto della razza”, la maggioranza degli italiani rimasero indifferenti di fronte a tutto questo. Molti erano sorpresi e contrari ma l’atteggiamento della massa fu di indifferenza. Il nostro vicino veniva portato via, deportato; ma noi non venivamo toccati e non reagivamo. Non ci furono proteste in piazza, lotte contro l’esercito, ostacoli alla giustizia. Parlo del 1938, non del periodo dei partigiani e dell’opposizione al fascismo; in questo periodo la massa italiana era silenziosa ed accondiscendente e le testimonianze le vediamo sui nostri muri.

I segni di questa non protesta sono visibili ancora oggi viaggiando per l’Italia, parlando con le persone e visitando i musei. Troverete i motti fascisti scritti sui muri degli edifici e delle case, le persone vi parleranno di Latina e delle paludi prosciugate dal Duce, nei musei vedrete Mussolini inaugurare grandi opere pubbliche. “Vincere e Vinceremo!” si legge scritto sui muri, ma nessuna traccia di una scritta contro le leggi razziali.

Autostop, chiacchiere e birra

All’inizio Matt è un tipo che mi dà un passaggio. Mi sorprende da subito perché per far stare comodi me ed Antoine, il mio compagno di viaggio, riorganizza la macchina, sposta borse, fogli, libri. Dopo un attimo ha due sconosciuti in macchina con cui viaggerà per quasi tre ore; a dire il vero viaggerà quasi tre ore solo con me perché Antoine è così stanco da una notte insonne che appena si mette a sedere dorme.
Stiamo andando da Palmerston North a New Plymouth, Matt ci ha caricati a Wanganui dove eravamo arrivati fortunosamente dopo tre cambi di vettura, uno dei quali sul furgone di due ragazzi che erano solo interessati a sapere se avevamo con noi della marijuana.
Di fatto adesso siamo in macchina con Matt e si parla di rugby; forse abbiamo parlato brevemente di qualcos’altro prima, ma adesso si parla di rugby e non si smette più. Mi racconta del nuovo allenatore di Taranaki, gli dico che il mio All Blacks preferito è Conrad Smith e lui mi porta a vedere il paese dove è cresciuto questo giocatore e ne attraversiamo il centro in macchina. Due giorni dopo ho scoperto che quel piccolo paese, Hawera , è dove è nato il rugby in questa zona della Nuova Zelanda; che quel paesino con ottomila abitanti sforna in continuazione giocatori di livello internazionale.
Mi ha raccontato del formaggio prodotto da queste parti e di nuovo di rugby. Di quando ha incontrato Erik Rush, ala degli All Blacks e campione del mondo di Rugby Sevens insieme a Jonah Lomu di cui è grande amico.
Mi ha detto che anche lui ha giocato a rugby, addirittura in Olanda dove ha conosciuto la ragazza che adesso ha sposato. Mi ha raccontato della sua famiglia e della sua casa ai piedi di Mt Taranaki e poi abbiamo parlato di rugby.
Alla fine del viaggio, arrivati in città, ci ha portato a visitare un lago, a vedere la baia da un punto panoramico dove molte coppie, lui e sua moglie compresi, scattano le foto del proprio matrimonio. Ci ha fatto vedere dove sono il Puke Ariki, museo con artefatti maori, e la Govett-Brewster Art Gallery dove ammirare alcuni lavori di Len Lye.
Abbiamo scelto insieme un posto dove dormire ed è venuto con noi per assicurarsi che tutto fosse a posto. Per finire la giornata siamo andati in un pub e gli abbiamo offerto un paio di birre così abbiamo potuto parlare un po’ di rugby.
Ci sentiamo ancora per commentare le partite dei mondiali, di rugby ovviamente!
Adesso Matt è un amico che una volta mi ha dato un passaggio.

Slalom tra le sfortune

Mentre passavo da una cantina all’altra nella regione di Malborough ho incontrato una signora che per colpa di Antoine, il mio compagno di viaggio Bretone, mi ha scambiato per francese. Dopo i primi convenevoli le ho detto che preferivo parlare in inglese; mi ha spiegato di essere un’insegnante di francese di Christchurch in visita da un’amica e collega per un giorno.
Le ho chiesto della sua città, le ho raccontato di averla visitata e aver trovato molti più danni di quanti immaginavo e che la grande operosità che ho visto attorno nelle zone danneggiate mi ha fatto pensare che presto tutto sarà come era prima del terremoto.
Purtroppo lei mi ha descritto un’altra realtà fatta di edifici che devono ancora essere abbattuti e ricostruiti, di strade ancora spaccate in due così come il gradino della sua porta di ingresso rotto a metà e sollevato di oltre 10cm. Mi ha raccontato di scosse successive a quella famosa del Settembre 2010 e della consapevolezza che un’altra grande scossa deve ancora arrivare; con la preoccupazione di un nuovo terremoto che incombe su di loro tutto è cambiato. I bambini sono continuamente monitorati e lei stessa comunica al marito o ai genitori tutti i suoi spostamenti; sono sempre informati l’uno dell’altro per non perdersi mai qualunque cosa succeda. La loro macchina è impacchettata con tutto il materiale d’emergenza che potrebbe servire e subito fuori dal letto hanno i beni di prima necessità pronti ad essere portati via velocemente in caso di emergenza.
Dopo aver parlato di tutto questo le mie chiede del mio paese: “Certo che non siete messi tanto bene con Berlusconi al governo”.
Mentre una famiglia ordinaria si ricompone dopo una disgrazia di dimensioni colossali e si riorganizza per riprendere la propria vita a pieno regime, con una città e una nazione che lavorano per tornare in piedi il più velocemente possibile, l’Italia fluttua nell’ignoranza che viene espressa con la poca partecipazione alla vita politica, il disinteressamento di una popolazione alle scelte del suo governo e un generale assenteismo quando viene chiesta la sua opinione.
Così non solo un’insegnante di Christchurch mi chiede del nostro primo ministro, ma anche un triathleta professionista di Auckland, un allevatore del Waikato, uno studente di Hamilton e altre persone incontrate casualmente in giro per la Nuova Zelanda.
Quando giravo altri luoghi un tempo mi chiedevano del mio paese, del cibo, delle donne, dei monumenti. Adesso sono diventati argomenti di secondaria importanza.

Il vuoto oltre la piattaforma

Christchurch – 28 Settembre 2011
Le cose sono andate più o meno così: mi sono detto che non mi lancerò mai da una piattaforma di bungee jumping, poi a Queenstown Antoine mi ha proposto di farlo e la mattina dopo ero su un pulmino diretto a ‘The Nevis’, il secondo bungy più alto del mondo.
Nove persone su quel bus con alla guida un ragazzo alto, magro e silenzioso che sembra conoscere solo la strada dal centro di raccolta alla piattaforma di lancio. Le casse gracchiano una canzone di Buddy Holly e mi sembra essere tornato indietro nel tempo.
Dopo 20 minuti passiamo di fronte ad un ponte sul nulla, scorgo in basso un fiume che abbonda d’acqua e qualcuno che passeggia. L’autista ci dice le uniche parole di quel viaggio: “Quello è il Kawarau Bridge, sono 43m. Il vostro salto sarà più di tre volte tanto”. Silenzio.
Poi un signore sui 60 anni che sembra essere su quel pulmino per sbaglio prova a strappare un sorriso: “Questa non è la gite per visitare i produttori di vino?”. Silenzio. Da quel momento tutti eravamo coscienti del nostro destino, di quello più prossimo.
Poco dopo ero intrappolato nell’imbrago, pesato, numerato e marchiato come un animale diretto al macello. La piattaforma era sospesa nel vuoto sopra un ruscello piccolo piccolo che può solo dare l’idea di come sia un fiume. Per raggiungere la piattaforma ci caricano in cinque su un carrello porta persone e veniamo trasportati sospesi nel vuoto verso ‘The Nevis’. Antoine è con me, continua a imprecare e il nervosismo emerge.
Ci viene comunicato che il primo a lanciarsi è il sessantenne che sembra essere qui solo per accompagnare il figlio. Due parole prima di partire per capire che è americano e andrà allo stadio a vedere USA-Italia e mi dichiara guerra dicendo che ci distruggeranno. A quel punto era una questione tra me e lui, gli avrei fatto vedere io come ci si lancia da una piattaforma; sono italiano e abito sotto le Alpi, conosco gli alpini orgoglio del nostro esercito! Gli alpini, grappa e raduni; perché di andare in guerra non se ne parla, hanno perso sia la prima che la seconda.
Mentre penso agli affari miei inizia il conto alla rovescia e senza neanche arrivare allo zero l’americano si è lanciato a braccia aperte sfidando la gravità lasciando tutti a bocca aperta. “Ma come? Che cavolo! Non posso mica essere da meno, attaccatemi subito la bungy che ho una missione da compiere!”, penso e vado in postazione perché sono il secondo nella lista di lancio.
Mi tuffo con stile, non mi rendo conto di nulla perché mancano i punti di riferimento ma sto volando, in qualche modo sto volando.
Non vince nessuno, ognuno ha fatto onore alla propria bandiera, ma scoprire che il Tenente Kurt Westerman dell’esercito americano era un paracadutista risponde ad un paio di miei interrogativi. Ma non era qui per il tour dei vini?

Ti faccio gli occhi gialli

Aoraki, Mt. Cook National Park – 27 Settembre 2011
Il viaggio con Antoine continua e la meta della sera è Sandfly Bay, una spiaggia sperduta nella Otago Penisula, per appostarci nascosti e aspettare i rari Yellow-Eyed Penguins che vengono a riva dopo essere stati in giro a procacciare cibo durante la giornata.
A causa di gatti, cani e altri animali introdotti dall’uomo questi pinguini sono poco numerosi. Infatti un animale domestico può diventare un predatore in certe circostanze e così l’esistenza di questo animale è stata messa involontariamente a rischio con una conseguenza: adesso il Yellow-Eyed Penguin è molto diffidente e se vede qualcuno o sente dei rumori sospetti non torna a riva e rischia di morire.
Ovviamente Antoine ed io sbagliamo strada e camminiamo per un’ora in un paesaggio lunare e affrontiamo ripide salite sabbiose per capire si aver passato da tempo il luogo per l’appostamento. Tornare indietro è stato incredibilmente divertente perché eravamo in discesa libera su una sabbia soffice come farina per tornare dai nostri pinguini.
Sulla spiaggia avevamo visto Otarie e Leoni Marini ma eravamo poco contenti perché il nostro obiettivo era un altro.
Ci siamo appostati, ormai era il tramonto e la temperatura stava scendendo. Antoine era poco vestito e iniziava a diventare fresco, il vento che proveniva da sud-ovest non aiutava. Eravamo appostati in silenzio da almeno un’ora, e da almeno tre eravamo in giro per spiagge quando abbiamo gettato la spugna. Ce ne andiamo sconsolati e in silenzio e mi giro per un ultimo saluto alla baia quando lo vedo: un piccolo pinguino stava camminando sul bagnasciuga nella zona più a nord e chiamo Antoine che sta per mandarmi a quel paese. Gli indico il pinguino e i suoi occhi si illuminano e rimaniamo entrambi a bocca aperta fino a vederlo scomparire sullo sfondo scuro degli scogli. Ci rimettiamo in cammino e prima di lasciare la spiaggia Antoine ne avviata un altro che sta andando a nascondersi tra la vegetazione oltre la sabbia.
Il freddo e la stanchezza non ci pesavano più addosso, questa giornata aveva il sapore di una faticata vittoria.

Storie fantastiche e fantasiose

Thames – 22 Settembre 2011
Alle 6 del mattino ad Hamilton mi hanno presentato Peter, con tutta la compagnia di amici saremo andati a Ohakune a festeggiare il compleanno di Mikael con un week-end in montagna.
Poco dopo stavo dormendo sul van guidato da Nikki e mi eri già dimnticato di Peter, Toshi, Tia e tutti gli altri. Il risveglio è stato di fronte ad un negozio che affitta attrezzatura da montagna, snowboard compresi; mentre la maggior parte dei presenti provava scarponi e pantaloni ho chiacchierato con Peter e abbiamo deciso di andare a camminare un poco alla ricerca di una cascata.
Il ragazzo nonostante sia sportivo non era a suo agio sui terreni scoscesi ma siamo comunque arrivati a destinazione. Eravamo alla cascata in cui Smeagol, l’alter ego del malefico Gollum de “Il Signore degli anelli”, cade nel secondo episodio della trilogia cinematografica girata in Nuova Zelanda da Peter Jackson.
Smeagol non è presente, la caduta deve avergli lasciato un pessimo ricordo ma decido di cercarlo un po’ meglio e mi avventuro attraversando il ruscello. Peter non mi segu e ne sono sollevato, visto come è impacciato non avrei voluto vederlo sparire dietro qualche rapida a cauda di uno scivolone.
Finita la passeggiata ci riuniamo al gruppo, perdo di vista Peter per qualche minuto ma trovo Tia e ci prendiamo qualcosa di cado da bere.
La serata e il giorno dopo tutto scorre piacevolmente tranquillo, siamo in un appartamento di tre stanze e ogni tanto vedo ricomparire Peter che mi rivolge parola timidamente e facciamo due chiacchiere.
Qualche giorno dopo sono al lago di Taupo ad aspettare che qualche angelo cada dal cielo per raccoglierlo al volo; il tempo sembra fermarsi in un luogo dove le montagne si appoggiano sull’acqua e la quiete ne fa da padrona. Perso nei miei pensieri metto insieme un po’ di indizi, il ragazzo impacciato, le sue sporadiche assenze, il carattere timido e Nikki che ci presenta: “Giulio, lui è Peter Parker. Bello come nome, vero?”

Se brillano sono bruchi

Turangi – 20 Settembre 2011
Il trekking sul Monte Ruapehu mi ha regalato la vista del Monte che domina su tutto il paesaggio imponendosi possente e lasciando senza fiato. Purtroppo il tempo non è stato dei migliori e mi sono trovato sotto pioggia e grandine tra i percorsi del Parco Nazionale del Tongariro, così ho pensato che bagnato per bagnato potevo gettarmi nelle profondità delle grotte di Waitomo.
Dopo una discesa in corda doppia di 30m mi sono trovato immerso fino alla pancia in acqua ghiacciata con una guida neozelandese che ripeteva che eravamo fortunati perché era calda rispetto al mese scorso. Per la cronaca nel suo tempo libero questa guida ha fatto un ironman qualche anno fa.
Insieme ad una divertente coppia colombiana,Paola e Juan, e un’assortita coppia di fisioterapisti franco-spagnola, Cevile e Pablo, ci siamo addentrati in cunicoli in cui non si vedeva l’uscita fino a dover strisciarne fuori perché si incanalavano in percorsi sempre più stretti. Abbiamo visto stalattiti e stalagmiti, imparato qualcosa sui terremoti e sul mondo sotto i nostri piedi. Cavalcando delle camere d’aria ci siamo lanciati in un fiume sotterraneo con la frontale spenta e poi ci siamo fermati abbiamo ammirato nel buio totale lo spettacolo dei glowing worms, dei bruchi trasparenti che si illuminano nel buio disegnando sui soffitti delle grotte costellazioni sconosciute.
Una parete di 20m era l’unica vi d’uscita, così senza guardare in basso ci siamo incamminati verso l luce del giorno.

La carota di Ohakune

Raetihi – 18 Settembre 2011

Ohakune Black CarrotAd Hamilton ho scoperto che l’ospitalità dei neozelandesi è infinita e che nel bere possono tenere testa agli inglesi. Ho dormito a casa di Nikki che oltre ad essere stata gentilissima mi ha anche invitato alla festa di compleanno del fratello che si è tenuta a Ohakune, un paesino famoso per le carote che si trova ai piedi del Monte Ruapehu. In onore degli All Blacks gli abitanti del paese hanno pitturato di nero il loro prestigioso monumento alla carota, ma questo non è nulla in confronto alle bandiere, striscioni e scritte trovate in giro per il paese.

Allo stadio di Hamilton ho visto uno stadio intero incitare il Giappone e fare una standing ovation infinita quando hanno segnato la loro unica meta contro i padroni di casa.
In un cafe ho incontrato due giocatori che si rilassavano prima della partita e ho potuto fare due chiacchiere con loro ed evidenziare i punti deboli del Giappone: evidentemente hanno apprezzato i miei consigli infatti entrambi hanno segnato una meta.
Ho attraversato in macchina il Kings Country e la sua bellezza mi ha abbagliato con colline selvagge verdi come la giada dove sembra che l’uomo non abbia mai camminato. Questo è il luogo in cui i maori hanno costruito sotto un’unica bandiera la loro resistenza contro gli inglesi e dove sono nate le battaglie per riguadagnare i propri diritti.
Continua la scoperta, cambiano i compagni di viaggio, rimane il desiderio di saperne di più.

Northland andata e ritorno

Dargaville – 14 Settembre 2011

Si è concluso questa sera un giro di tre giorni nelle Northland che ho fatto in compagnia di Chloé – che non parla inglese ma cerca lavoro per stare qui un anno, Antoine – che scommette sulle partite e perde, Hugo – il più giovane del gruppo che non sta mai zitto.
Nella Waipoua Kauri Forest ho incontrato Tane Mahuta e Te Matua Ngahere, i due alberi più grandi che abbia mai visto. Sulla costa occidentale ho camminato sulla bianca spiaggia della Ninety Mile Beach senza mai vederne la fine.
Ho visitato Cape Reinga dove Te Moana Tapokopoko a Taphaki – il mare maschile, incontra Te Tai o Whitirela – il mare femminile, e i vortici che si formano dove le correnti si scontrano sono come l’abbraccio dell’uomo con la donna che si uniscono insieme per creare la vita.
Ho visto le cascate di Haruru e Whangarei e passeggiato nella cultura maori a Waitangi dopo aver ammiraton gli infiniti atolli della Bay of Islands.
Ho capito il desiderio di esplorare che spinge l’uomo sempre oltre i propri limiti, che ha spinto qui esploratori maori ed europei. Ettari di terreni lasciati all’allevamento, foreste e bacini intatti e strade minuscole che percorrono quest’isola senza solcarla ma tracciandola appena per dare a noi che la calpestiamo un’idea di dove siamo diretti.

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Ricordo quando disegnavo la Nuova Zelanda

Quando ero in terza media i miei genitori mi comprarono un M24, un pc Olivetti abbastanza diffuso in quegli anni. L’unico modo per dialogare con il computer era tramite la linea di comando, Windows era inutile e per riuscire a giocare con qualcosa di interessante bisognava avere delle conoscenze base di informatica in modo da saper allocare la memoria e gestire le risorse.
Mio padre mi insegnò a programmare in gwbasic e il cerchio della vita volle che ci ritrovassimo a farlo di nuovo 20 anni dopo, per gioco, una sera prima di cena quando lui era già malato.
Il progetto più impegnativo su cui lavorai da bimbo era un atlante geografico con le mappe di tutti i paesi del mondo. Ricordo che inizia dal Camerun e poi feci altri paesi africani; ad un certo punto decisi che volevo disegnare la Nuova Zelanda e dovetti farlo due volte perché la prima la disegnai al contrario ed era molto simile all’Italia.
Sapevo poco di questo paese, ad esempio che era dall’altra parte del mondo. Immaginavo di poter scavare in giardino e raggiungerlo, e come mi ha ricordato ieri un’amica, di vivere a testa in giù contro ogni legge della gravità. Invece sono qui e non mi va il sangue alla testa e tutto è meglio di come immaginassi. Non è il mondo al contrario, tutto va per il verso dritto e quando tornerò a casa sarò così noioso da continuare a parlarne per un sacco di tempo.